Per molti, l'Italia è in uno stato comatoso. Un declino sociale, economico e morale. Un declino comunicativo che rende lo scenario desolante: un comico che riesce a imporre un nuovo modo di declinare la politica, un politico che dopo 20 anni riesce a riproporsi con gli stessi schemi del passato in maniera efficace. In mezzo, c'è la necessità di acquisire la consapevolezza che la politica è comunicazione perché la realtà non esiste se non è comunicata.
A oggi, gli aspiranti premier e leader di partiti e movimenti hanno costruito una narrazione che orienta la scelta degli elettori. Alla base, ci sono quattro orientamenti che servono a descrivere le caratteristiche di ogni leader nel suo "fare" (dichiarazioni, discorsi, slogan, comizi) e nel suo "essere" (modi di porsi, mimica, tensioni emotive, modalità discorsive) e sono:
Dovere: la sfera degli obblighi, delle regole, degli obblighi, dei divieti.
Volere: la sfera dei desideri, tensioni e propensioni personali
Sapere: la sfera delle conoscenze
Potere: i mezzi materiali, sia la capacità che la possibilità di fare qualcosa.
Berlusconi: poter fare.
Prendiamo la proposta shock sull'IMU. L'efficacia del messaggio risiede non tanto nella proposta in sé, ma nel suo racconto: potrete riavere i vostri soldi “con un rimborso sul conto corrente oppure, specie per i pensionati, in contanti agli sportelli delle Poste”. La forza del messaggio consiste nel lasciare immaginare al cittadino, la modalità effettiva del rimborso, il toccare con mano la possibilità di riavere quei soldi versati non molto tempo prima. In questo esempio, si esprime al massimo la capacità di Berlusconi di mostrarsi sempre, non tanto come "uomo del fare", ma come "uomo del poter fare", capace, nel suo racconto, di rappresentarsi come colui che ha i mezzi materiali per mettere in condizione gli altri, gli italiani, di poter fare: che sia evadere, produrre, lavorare, vivere. In questa campagna ha perso tutta la componente del "volere" che aveva caratterizzato il "sogno italiano", ma resta capace di intercettare un bisogno di chi, nella vita, aspetta che qualcuno lo metta nelle condizioni di "poter fare". Non vi sembra una caratteristica molto italiana?
Monti: non voler non fare.
È una doppia negazione che prevede una "disponibilità" e non un desiderio o una tensione personale. Il premier uscente è passato così dalla narrazione del "non poter non fare" che lo ha contraddistinto durante tutto l'anno trascorso: l'Italia era sull'orlo del baratro, ci hanno chiamato, non potevamo esimerci, l'abbiamo salvata; ad oggi dove la rappresentazione della sua candidatura è passata come: avrei voluto fare altro (senatore a vita, presidente della repubblica) ma ho dato la mia disponibilità e tutti mi hanno chiesto di candidarmi a premier. Non c'è una dimensione volitiva , solo una predisposizione che risulta essere molto debole. Ha provato a rafforzare la sua narrazione, andando contro tutto e tutti, ma la strategia non ha pagato: troppo poco coerente con la sua figura di (ex) tecnico.
Bersani: non dover non fare.
La logica dietro alla narrazione bersaniana è tutta nell'inevitabilità della sua vittoria, nella mal celata sensazione di "ora tocca a noi". Il non-dover-non-fare, concretamente, rappresenta un "non vietato", il "permesso" di dover governare, di dover cambiare, di dover vincere. Una strategia già usata durante le primarie contro Renzi, dove al "giovane scalmanato", si (non) rispondeva con l'inevitabilità del "sono qui a far girare la ruota". La narrazione è debole perché, se durante le primarie il "permesso" veniva accordato dalla base di militanti e simpatizzanti su base fiduciaria, ora c'è bisogno di relazionarsi ad una base elettorale più ampia, che non ha nessuna intenzione di affidarsi sulla base di un "se vinciamo sarò io a dirigere il traffico". Sulla negazione non si costruisce la relazione. Per fortuna che è arrivato Sanremo e il Papa a dare una mano.
Grillo: dover fare.
L'obbligo morale, il buon senso, l'ineluttabilità delle regole, il divieto alla casta: "li mandiamo tutti a casa". Un impegno morale, appunto, costruito intorno all'obbligo: noi ci impegniamo perché, di fronte allo scempio della politica, sentiamo il dovere di partecipare, di essere attivi, di prenderci il posto che ci spetta. "Uno vale uno", è la chiave di questo "dovere" sentito e portato come obbligo. Non si vuole costruire perché si "desidera qualcosa" (volere), né perché si "conosce qualcosa" (sapere), tantomeno perché si può realmente fare qualcosa (potere). Il gioco è a distruggere ma è efficace perché è imperativo, categorico, il dovere ci obbliga a diventare "crociati", è un discorso che permette da un lato l'attivismo, dall'altro la delega più semplice e immediata: siamo costretti a porci in questo modo, dobbiamo essere la loro spina nel fianco, dobbiamo combattere il sistema corrotto. È una narrazione che non prevedere contraddittorio, non prevede confronto, non prevede il "dubbio", così "deve essere".
Le modalità racchiudono il senso generale di una campagna elettorale dove nessuno ha scommesso su di una narrazione che mettesse al centro il "volere": le passioni, i desideri, la possibilità di immaginare un cambiamento. In un momento di crisi come quello attuale, ci vorrebbe qualcuno che si prenda la responsabilità di un "voler fare" che prescinda dal "potere" e dal "dovere" e sul campo acquisisca le competenze del "sapere". Una leadership volitiva, generosa, carismatica, senza dogmi e obblighi, con lo sguardo rivolto al futuro, capace di far immaginare concretamente un miglioramento nella vita quotidiana di ognuno.
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